Felipe Massa

Felipe, ferrarista per sempre

Maranello, 6 novembre – Si avvicina il momento dei saluti. Alla fine dell’anno Felipe Massa e la Ferrari prenderanno strade sportive diverse ma l’affetto che lega il pilota brasiliano alla squadra con cui è cresciuto, come pilota e come uomo, resterà sempre saldo. Lo si comprende bene dalle parole di Felipe nell’intervista rilasciata ad Andrea Cremonesi e pubblicata oggi sullo speciale che la Gazzetta dello Sport dedica alle Finali Mondiali 2013, in programma da oggi a domenica all’Autodromo del Mugello. L’evento sarà infatti anche una sorta di omaggio che la Ferrari vuole fare a Felipe che, come recita il titolo stesso dell’intervista, rimarrà ferrarista per sempre.

Dieci anni alla Ferrari, una vita. Solo Michael Schumacher ha indossato quella tuta più a lungo di Felipe Massa che a fine anno lascerà Maranello. Il brasiliano in rosso ha sfiorato il Mondiale nel 2008 ma ha anche rischiato di perdere la vita in Ungheria, nel 2009.

La festa al Mugello è l’ultimo bagno di folla da ferrarista: con quale spirito va in Toscana?
«Con la gioia nel cuore perché sarà bellissimo presentarsi davanti ai tifosi per ringraziarli degli anni che abbiamo trascorso insieme. Loro mi hanno sempre sostenuto, anche nei momenti più difficili».

Otto anni da titolare: qual è il segreto per restare così a lungo alla Ferrari?
«Mi son sempre comportato onestamente, ho dato tutto me stesso per il lavoro in pista, con gli ingegneri e in fabbrica. Credo di aver sempre manifestato grande professionalità».

Ricorda il suo primo giorno?
«Era inizio 2001 ed ero reduce da una stagione in F.Renault con la Cram: andai a incontrare Jean Todt, in giacca e cravatta, tiratissimo. Ma tremavo».

Il miglior momento in questa lunga avventura rossa?
«Di sicuro il 2008 quando ho sfiorato il Mondiale, con tante vittorie e tante pole. Ma il giorno che non scorderò più è quello del primo successo in Brasile (2006). Per un brasiliano vincere in casa è come conquistare un campionato. Ricordate Senna? Quando si impose a Interlagos era più felice di quando aveva vinto il Mondiale! A Interlagos ho imparato a correre, lì sono cresciuto: vincervi, su una Ferrari indossando una tuta verde e gialla (e non la solita rossa; n.d.r.) è stato il momento più bello della mia vita».

Come spiegare a un giovane che entra nella Fda che cosa significa essere pilota Ferrari?
«Beh, che innanzitutto è difficile entrarci! Perché la selezione dei piloti è dura ed è già un privilegio far parte della rosa. E poi guidare per questo team vuol dire essere sempre sotto i riflettori, devi spingere al massimo senza temere ciò che diranno di te. È come far parte di una Nazionale: lavorare per la Ferrari è come avere la maglia azzurra o giocare nella Seleção. Devi essere preparato».

Dopo l’incidente del 2009 sono cambiate un po’ le priorità della sua vita?
«No, affatto. Solo che ora do più valore alla vita. Perché pensi sempre che non ti possa succedere nulla e invece…».

Stefano Domenicali ha detto di averla sempre considerata come un campione mondiale dopo il 2008. Lo ha percepito?
«Al 100%. Meritavo il titolo, tenuto conto della stagione e di ciò che è successo».

Sebastian Vettel è campione del mondo per la quarta volta: questi quattro Mondiali sono più merito suo o del team?
«È 100% merito suo e dell’auto. Perché è vero che guida la vettura più veloce e costante. Ma è lui che poi riesce a sfruttarne il potenziale, che centra le pole, che infligge 6 decimi a tutti, incluso il compagno di team! È un pilota fantastico».

Giochiamo. Definisca quelli che sono stati i suoi capi. Partiamo da Luca di Montezemolo.
«È una persona di gran cuore e un abile promotore. Sa descrivere e vendere cosa è la Ferrari. L’uomo giusto per essere presidente e non parlo solo di corse. Ha un talento enorme per rappresentare l’azienda».

Jean Todt.
«Il mio miglior maestro. L’ho conosciuto quando avevo 19 anni ed è stata la persona più importante della mia carriera».

Stefano Domenicali.
«Di certo un amico, siamo cresciuti insieme in Ferrari».

Rob Smedley, il suo ingegnere di pista.
«È stato una parte importante della mia carriera. Ho iniziato a correre con la Ferrari e avevo come ingegnere di pista Gabriele Delli Colli ma le cose non andavano come dovevano e dunque ho scelto Rob che era all’inizio (veniva dalla Jordan: n.d.r.) ed era alla squadra test. Lui mi conosce al 100%».

Ha avuto tanti compagni di team, chi è stato il più forte?
«Fernando. Schumacher era altrettanto veloce, ma come intelligenza Alonso è migliore perché riesce a mettere insieme tutto alla perfezione».

La Ferrari nel 2013 è partita forte poi c’è stato un calo.
«A inizio anno l’auto era competitiva, il guaio è che non siamo riusciti a svilupparla come si doveva. E come altri hanno fatto. La differenza di performance in questo finale di campionato è legato a una macchina che non è stata sviluppata in maniera corretta».

Sta già pensando a che cosa farà dopo la F.1?
«Io amo correre, fa parte della mia vita, mi rende felice. Magari dopo la F.1 mi cimenterò in qualche altra categoria».

Quale le piace?
«Il Dtm, ma anche la Stock Car brasiliana».

Webber ha deciso di correre con i Prototipi?
«Non ho esperienza nelle gare di durata, però se riuscissero ad avere più team al vertice potrebbe diventare interessante».

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